A che serve la critica?

24 07 2010

io_sono_l__amore.jpgmother_and_child_movie_poster.jpgIn un saggio dal titolo “A che serve la critica?â€, Baudelaire afferma che la vera critica “deve essere parziale, appassionata, politica, cioè condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzontiâ€.
In questo senso due film come Io sono l’amore e Mother and Child offrono a mio avviso un valido strumento di paragone fra due mondi, non solo cinematografici.
Il primo, di Luca Guadagnino (suo il soggetto e la regia e chissà se anche la passione culinaria di cui è pervaso dall’inizio alla fine) è ricco di ingredienti come soldi, potere, omosessualità, adulterio, e ovviamente amore. Al centro una famiglia dell’alta borghesia milanese, in seno alla quale si consumano drammi dagli esiti terribili, il cui apice viene messo in risalto anche grazie a una colonna sonora molto sostanziosa e imponente – un melodramma in piena regola.
Mother and Child, in Mi minore dall’inizio alla fine, racconta di madri che non sono riuscite a vivere la propria maternità e di donne a cui è stata negata. Anche questo è un drammone ricco di temi attualissimi quali maternità e adozione, conflitti madri-figlie, difficoltà di comunicare e relazionarsi, fraintendimenti, rimpianti…
Entrambi i film durano due ore, entrambi i cast sono da dieci. La sinossi di Mother and Child vanta un lavoro a quattro mani fra il regista Rodrigo Garcia e Alejandro Inarritus, qui nelle vesti di produttore, anche se il triplice intreccio narrativo con finale convergente come in Babel, 21 grammi o Amores Perros, non lascia dubbi: i due si sono abbeverati alla stessa fonte.
Dico già che il mio commento sarà di parte. Appassionato, politico e soprattutto nostalgico. A cominciare dall’aver trovato alle tre postmeridiane di ieri la sala affollatissima, cosa tanto inusuale, dato il numero di spettacoli e sale disponibili al Regal Village Square 18 di Las Vegas, quanto gradita, vista l’indecorosa uscita di scena degli Azzurri.
Dopo il fischio di inizio sul grande schermo è apparsa una Milano algida e smagliante, e un po’ retrò. Fuori un sole che le pietre qua le spacca davvero; dentro il Duomo, i tetti, i giardini innevati: insomma, una Milano più da spalare che da bere, dettaglio piacevolmente rinfrescante che anticipa inoltre sublimamente il disseppellimento emotivo del personaggio principale femminile, la ricca e bella Emma, padrona di casa che con passo leggiadro sale e scende scalinate in bardiglio, si muove fra architetture e arredi altisonanti, di certo testimoni di un periodo storico di cui non andiamo fieri, ma che importa? Che importa quando ogni giorno devi mandar giù facciate kitch e interni nouveau riche, erba e laghi finti, sfarzo ostentato e strombazzato all’ottava potenza? Come si può, dopo mesi di forzata convivenza con il cartongesso, il plexiglass, la melamnina condannare l’elegante sobrietà su cui la telecamera indugia così magistralmente? Quando devi prestarti a cascate di sorrisi che zampillano dalla mattina alla sera, a dozzine di come stai, a centinaia di cosa posso fare per renderla felice today? Ecco, io, al vedere tanta armonia di forme, ho avuto un mancamento. Specialmente quando mi veniva servita nel piatto. Anche perché l’equazione cibo uguale erotismo, per quanto sfruttata essa sia, viene riproposta in una edizione tanto originale quanto un Caciucco alla livornese versione asciutta. E che dire dell’insalata russa flambée? O della serenata di gamberi? Confesso che non ce l’ho fatta a contenermi e mi è un uscito di bocca un God! al quale la signora accanto a me ha replicato con un Wow! Sarebbe stato più appropriato uscirsene con un Gol! perché sul finire del primo tempo Guadagnino aveva portato l’Italia in vantaggio, la ferita della batosta azzurra mezzo riemarginata. Thank you, Luca.
Il film di Garcia non è un brutto film. È, come sempre ormai le grandi produzioni americane, un film politicamente corretto. Un film che spiega, e anche troppo. Un film che sa distribuire a tutti in egual misura umorismo, bravura recitativa, esempi di ottima scenografia di interni e esterni. Dal cast in piena osservanza delle pari opportunità, dove una bionda del calibro di Naomi Watson si ritrova ad una festa con neri magrissimi bellissimi e soprattutto felicissimi di averla fra loro; dove ad adottare un figlio ci si mette meno di 24 ore; dove in una metropoli di quasi venti milioni di abitanti come Los Angeles vai a lavorare, e chi incontri? La figlia dell’uomo che ami, di cui sei ricambiata, e rimasta incinta, ma che non vuoi perché degli uomini ti devi pur vendicare. Insomma un film che quando esci dalla sala ti senti satollo perché non ti è
stato lesinato nulla (nemmeno gli Orio né l’Apple Pie).
Film come questo non strapazzano lo spettatore; non lo tormentano con la macchina da presa; non lo mettono a disagio con troppi interrogativi, tipo se sia possibile arrivare a sublimare il proprio sentimento omosessuale per un uomo, deviandolo verso sua madre, e riuscendo a lasciarne intatta la poesia e carica erotica senza scadere nel già visto mille volte. Credo che il film di Guadagnino offra una valida risposta. Il tormento mi è sembrato semmai di certi critici italiani che il film lo hanno proprio strapazzato. Forse perché il marmo e la neve li lasciano indifferenti? Troppo assuefatti all’eleganza e sobrietà italiane? Ai gamberi croccanti (e galeotti)? O non sarà che pensano troppo? Che hanno perso l’ebbrezza fanciullesca di assorbire la forme e il colore?
Sarò nostalgica e naif, ma ecco: a me pare che il film di Guadagnino sia di quelli che nutre lo spettatore senza saziarlo, che gli lascia spazio, lo lascia indagare, lo lascia … pensare? Potrà sembrare un’ovvietà, ma a queste latitudini garantisco che la gente si sta disabituando e al pensiero e alle belle forme.
Quando è apparsa la dedica finale, il pubblico in sala ha reagito come a una doccia fredda. Si è trattato di catarsi bella e buona. Qui, al Regal Village Square 18 di Las Vegas. Un vero e proprio scossone. Più o mena intenso di quello che secondo Baudelaire si ripercuote sin nel cervelletto quando si gode di un’opera d’arte.

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2 commenti to “A che serve la critica?”

27 07 2010
luca albertosi (08:27:54) :

Sonia Pendola si dimostra scrittrice qual è nell’indagare gli angoli delle case e del cuore dei personaggi di Guadagnino. Sacrosanta la rivendicazione di parzialità e partigianeria della critica.Il film di Giadagnino decrive una vita drammatica, conflittuale, aperta che è l’unica vita in cui, nonostante tutto, si possa di vivere.Tutto quello che può servire a ricordarcelo è benvenuto.L

28 07 2010
G. Pulina (07:18:58) :

Con Sonia Pendola contro-mano ha guadagnato una gran bella penna.

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