L’appello costante del Nazionalismo di Fredy Perlman

21 07 2010

perlmannatinalismcohen.jpgPerchĂ© il richiamo al nazionalismo, in qualsiasi periodo storico, è sempre stato efficace? Cosa spinge diverse comunitĂ  a sentirsi parte di una stessa identitĂ  geografica? Per quale ragione l’appello patriottico esercita un indubitabile fascino? Fredy Perlman prova a dare risposta a tali quesiti nel suo The Continuing Appeal of Nazionalism, saggio di critica politica apparso nel 1985 su Fifth Estate, storica rivista anarchica vicina a posizioni primitiviste. Perlman recupera e approfondisce la tradizionale critica anarchica all’apparato statale, sondando le ragioni del nazionalismo, spesso considerato come un fattore “naturale” e inevitabile della condizione umana, e arricchisce il discorso con idee situazioniste (fu infatti uno dei primi traduttori in lingua inglese de La societĂ  dello Spettacolo di Guy Debord), ed elementi teoretici del sociologo C.Whright Mills, studioso acuto delle logiche del potere (tant’è che il suo Le elite al potere è a tutt’oggi considerato uno degli strumenti piĂą validi per interpretare i meccanismi di potere in cui operano le oligarchie economico-politiche) Confutando quindi la tesi di una “naturalità” dello Stato, Perlman mette a nudo l’artificialitĂ  di ogni comunitĂ  nazionale, gabbia dentro la quale vengono forzosamente rinchiusi esseri umani divisi e separati, ripercorrendo così i passi della piĂą florida critica anarchista allo Stato e le sue propaggini, giĂ  definito da Bakunin, in La LibertĂ  degli uguali: “la piĂą flagrante, la piĂą cinica, la piĂą completa negazione dell’umanitĂ . Esso frantuma la solidarietĂ  universale di tutti gli uomini sulla terra e li spinge all’associazione al solo scopo di distruggere, conquistare e rendere schiavi tutti gli altri. Protegge solo i suoi cittadini e solo entro i suoi confini riconosce diritti, umanitĂ  e civiltà”. Come nella letteratura anarchica classica (Godwin, Bakunin, Kropotkin, Malatesta), anche per Perlman al carattere artificioso dello Stato si accompagna quindi la sua dannositĂ , poichĂ© l’elemento dissociativo di ogni organizzazione statale allontana la naturale comunitĂ  umana, classificando e incasellando gli esseri umani in categorie fittizie, e spesso ostili, che vanno sotto il nome di Nazioni.
Perlman però va oltre la critica dell’apparato del Leviatano, affiancandovi  un’attenta analisi sulla nascita delle Nazioni, esaminando cioè ab origine la natura del problema. Come nascono le Nazioni e perché, nonostante le ripetute “morti” dell’ideologia nazionalista, periodicamente il patriottismo risorge dalle sue ceneri come una Fenice: questo il campo di studio del filosofo statunitense.  Nell’ultimo secolo la morte del nazionalismo è stata infatti proclamata a più riprese, e cioè con la suddivisione degli ultimi imperi europei (austroungarico e turco) postuma alla prima guerra mondiale; dopo il colpo di Stato bolscevico, quando il presunto internazionalismo dei lavoratori avrebbe dovuto soppiantare il gretto nazionalismo borghese; e infine dopo l’ultima guerra mondiale, allorché i crimini di genocidio commessi dai fascismi screditarono, si pensava per sempre, l’ideologia nazionalista. Ma, nota Perlman, la campana nazionalista torna a suonare abbastanza presto e già gli anni ’60, il decennio della decolonizzazione, rivalutano l’ideologia nazionalista, come discorso e come pratica, in funzione paradossalmente anticapitalista. Considerando infatti l’imperialismo come fase suprema del capitalismo, le lotte per l’indipendenza nazionale ne diventano l’ovvio rimedio. Difatti, buona parte delle pratiche terzomondiste, e basti pensare al Movimento dei non allineati, consideravano una forte identità nazionale l’unico vaccino contro velleità colonialiste e neocolonialiste. Ma Perman affonda la sua critica in una confutazione di qualsiasi  nazionalismo, qualunque sia il colore politico, respingendo così l’idea di un nazionalismo “rivoluzionario”, o social-nazionalismo, e sottolinea il minimo comun denominatore di qualsiasi ideologia nazionalista, ossia la violenza. Il detto bakuniano “lo Stato significa violenza, dominazione mediante la violenza”, è adesso rivisitato da Perlman alla luce di una ricerca storica accurata circa le origini degli Stati nazionali.  Le lotte d’indipendenza nazionale infatti, lungi dall’essere espressione di un anelito libertario contro un oppressore esterno, furono conflitti intestini alla classe dirigente, o meglio tra elites politiche ed elites economiche: esportatori, speculatori, e banchieri reputavano intollerabili gli atti e le tasse del re e, poiché già gestivano le risorse finanziarie nazionali, esigevano un ruolo politico più diretto, al fine di godere pienamente di quella libertà economica che la politica spesso intralciava. Tale paradigma di lotta fu seguito in più occasioni: avvenne, ad esempio, nei territori delle Indie (America del Sud), dove i moti indipendentisti furono capeggiati dalla locale classe dirigente, perlopiù ricchi mercanti creoli, lo stesso si verificò durante la “borghesissima” Rivoluzione Americana, così durante le numerose guerre d’indipendenza che insanguinarono gli anni sessanta e settanta del secolo scorso. La Nazione cioè, nell’analisi di Perlman, è uno strumento di approvvigionamento del capitale, una metodologia, utilizzata dalla classe mercantile alto borghese, per gestire l’impero del capitale e l’amministrazione dell’apparato politico è stata la conditio sine qua non della conservazione e dell’espansione della ricchezza mercantile: affrancarsi politicamente dalle parassitarie elites nobiliari era indispensabile al ceto medio per rendere fruttiferi i commerci con le colonie. In altre parole, l’indipendenza politica  è stato il mezzo necessario per il profitto del capitale. Perlman giunge così alla dimostrazione secondo la quale l’appartenenza nazionale non è determinata da una storia, una lingua, una cultura comuni ma, più semplicemente, da un puro interesse economico. Consequenziale, e del tutto proporzionale allo scopo di accumulare ricchezza, è il razzismo. L’odio etnico e religioso sono, per così dire, un male necessario, una crudele necessita funzionale all’espropriazione delle risorse naturali dei nativi: “gli attributi del nemico -nota Perlman- come il paganesimo, l’efferatezza, il cannibalismo, rendevano più urgenti i compiti di espropriazione, di riduzione in schiavitù e di sterminio, trasformandoli in gesta ben più eroiche.” L’espropriazione e il saccheggio divengono così atti obbligati per l’accumulazione di quello che Marx chiamava capitale primitivo, ovvero il capitale primigenio necessario per qualsiasi investimento, capitale ex novo non derivante da redditi precedenti. Costumi e lingua comuni, così come l’appartenenza razziale, furono dei semplici pretesti per compattare artificialmente una comunità, creando un senso d’appartenenza nazionale appunto, così da poter mobilitare gli eserciti contro i barbari, gli indios, i neri ecc. Chiaramente, i genocidi facevano parte delle condizioni preliminari necessarie a tale “progresso” poiché il razzismo è il negativo fotografico dell’appiattimento linguistico, culturale e religioso, cioè una componente imprescindibile al processo di accumulazione primitiva del capitale, a cui gli stati hanno ben volentieri fatto ricorso, anche in epoche recenti: i fascisti saccheggiando il Nord Africa, i nazisti derubando e deportando gli ebrei, e i sovietici saccheggiando i kulak. Razzie, deportazioni, segregazioni, ma anche rottura dei legami di parentela, delle usanze e delle tendenze culturali sono, per Perlman, facce della stessa medaglia: la ricerca del profitto, di cui l’organizzazione politica nazionale è il solo valido strumento, giacché “senza capitale non c’è né potere, ne nazione”.

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