Il tempo di vivere

18 07 2010

Persistenza_1.jpgTe ne accorgi, quando lentamente ti passa accanto e ti consuma, ti leviga gli ultimi scorci di sorriso che hai preparato per le visite della domenica, e poi ti lascia recluso in attimi di silenzio. Il tempo.
In quei corridoi bianchi come seta, pace di uomini e donne alla ricerca di speranza, passa la loro vita e il destino a volte bussa e se li porta via. Non chiede se abbiano passato un tempo felice o meno, lui arriva, bussa e se li porta via, quei corpi freddi. Il destino è così, ti prende senza criterio e ti guarda in faccia mentre ti avvolge nel nulla, non gli importa quanto hai sofferto o quanto vuoi tenere duro, quando arriva il momento non sei mai pronto. Non ci sono porte, carezze, frasi consolatorie che possano arginare quel treno in corsa attraverso il mondo. A volte rimane del tempo solo per desiderare, ed è l’unica salvezza. Ti concentri in un angolo del letto, ti prendi la testa fra le mani, cerchi armonia, dimentichi e inizi a desiderare, inizi a salvarti.
Prima non ero così. Non pensavo ci fosse un limite a tutto, ero una di quelle che voleva vendere la pelle dell’orso prima d’averlo catturato. Mi piaceva il mio modo di agire, ero spensierata, avevo dei capelli lunghi e morbidi, gli occhi come una cinese occidentale in preda alle sue passioni. C’era un ragazzo nella mia vita, uno scrittore.
Mi era capitata una cosa nuova, una cosa che non tutti sono in grado di accettare, soprattutto quando la tua vita scorre liscia e veloce, perfetta, senza incrinature e non incespica del tutto. Finché qualcuno ti dice che devi fermarti. Te lo impone a tuo rischio e pericolo, e devi valutare quello che esce dalla sua bocca. Appena lo senti, svieni. Ti crolla il mondo addosso, come fai a rinunciare a questa vita così bella?
Avevo paura. Paura di cosa? Del pregiudizio dei malati di cancro isolati dalla quotidianità di cose che non potevo più fare. Ai quei tempi ero così impegnata con i bambini del mio asilo, e quando mi sussurrarono all’orecchio che non potevo più farli sorridere stavo guardando la scrivania del mio medico, e Marco che allora era il mio dolce fidanzato non aveva retto. Non gli era mai andata giù questa storia. Dovevamo separarci per un periodo di tempo piuttosto lungo e lui non ne voleva sapere, ma del resto che potevi fare tesoro? Niente. Era la vigilia di Natale, e mi portò a pattinare per l’ultima volta insieme. Fu meraviglioso, non ci furono lacrime né quella moltitudine di parole di cui solo ora sono riuscita a sopportare l’assenza. Mi aveva accompagnata a casa, e mentre mi abbracciava davanti al portone di casa, la neve iniziò a cadere sulle nostre mani col suo solito silenzio. Non ero riuscita a perdonarlo.
La verità è che iniziavo a sentirmi sola. E mi dispiaceva, mi torturava l’idea e prima non ci avevo mai pensato, agli ospedali pieni zeppi di corpi colmi di storie senza dimora, e io in fondo la mia famiglia ce l’avevo ancora, e passavano ogni sera a trovarmi. C’erano giorni in cui neanche sapevo dove mi trovavo, odiavo la vita, il destino, i medici, gli infermieri, i miei fratelli, i loro sorrisi, la mamma, mio padre, le finestre aperte su un cielo opaco, l’inverno, la neve. La malattia mi depredava di tutto quello che era sempre stato con me, e dovevo resistergli. La mia stanza era un delirio di sconfitta, e attorno c’era il loro amore, quell’amore di conforto tipico di chi non vive il tuo dolore, ma cerca di darti speranze, abbracci, e parole, sillabe unite da una forza speciale.
Il mio dolore cresceva, di giorno in giorno, di ora in ora, minuto dopo minuto vedevo passarmi davanti ogni singola scena della mia vita, e il rimorso mi faceva visite più volte durante quei momenti. Stavo perdendo il senso stesso dell’esistenza dei miei cari. Volevo restare da sola, ma non ci riuscivo, era più forte di loro, mi raccontavano cosa succedeva in casa o attorno al quartiere, di come mio padre fosse riuscito a far arrestare un ladruncolo che gli aveva rubato l’autoradio o di come zio Giò si fosse innamorato a sessantanni suonati.
Arrivavano tutti insieme verso le sette di sera, belli e profumati, pronti a far rivivere una seconda vita alla loro sorellina o figlia preferita.
Ma non ci riuscivano, mentre iniziavano non avevo neanche il tempo di prepararmi psicologicamente che già mi sfioravano le guance, mi toccavano le spalle, mi sistemavano il letto, la flebo, il comodino e portavano tulipani e scatole di cioccolatini, a volte profumi che buttavo o regalavo ai miei vicini di stanza. Raramente riuscivo ad evitarli, quando mi andava bene non mi facevo trovare con la complicità di qualcuno o lasciavo un biglietto sul letto. Era il senso di pietà a farmi male, mi bucava lo stomaco come i cicli di chemioterapia. Forse la morte è meno dolorosa.
Era il primo periodo e riuscii a sopportare tutto questo trambusto per miracolo, fin quando i medici mi diedero la possibilità di uscire da quell’inferno. Ero fuori, il cancro non era estinto e io lo immaginavo che mi stavano concedendo dei giorni di libertà, perché là dentro non ce la facevo più, ancora non avevo capito. Quei giorni li trascorrevo da mio zio, il meno premuroso di tutti. Potevo uscire a fare due passi, e sentirmi libera davvero anche se avevo ancora paura. La mia testa era rasata, la chemioterapia mi faceva dannare, e la gente mormorava. Era un circolo vizioso, ma chissà quanti altri c’erano caduti dentro, chi si era risvegliato e chi no.
La mattina presto mi recavo sempre dal panettiere e facevo due chiacchiere con lui, per ricominciare a sentirmi viva.
“Come va oggi signorina?†mi chiedeva sempre. E solo ora capisco quanto valore avesse quella domanda, capisco la ripetizione dei miei errori, il disprezzo della mia risposta sotto forma di sguardi assenti. Vedere la gente sembrava una cosa nuova, aveva aria di novità, e in quel periodo la terapia sembrava funzionare alla grande. Spesso mi facevo vedere a casa, scegliendo i giorni in cui c’erano solo i miei fratelli, Alex e Davide mi dicevano che erano felici e preoccupati per la mamma. Era delusa. La figlia più piccola, quella che aveva ricevuto più attenzioni e premura, aveva voltato direzione lasciandosi alle spalle mesi e mesi di carezze.
Non mi importava di lei, e neanche di mio padre. Non volevo nessuno che decidesse per me, volevo solo essere lasciata in pace, tutto qui. Invece qualche settimana più tardi, ebbi una ricaduta molto grave, e dovetti tornare in ospedale, dentro quelle mura scarne, dentro e non più all’aria aperta.
Quelle settimane furono interminabili, per fortuna mi affiancarono Marco, un giovane volontario. Lui passava la giornata ad evitare che potessi farmi del male con qualche aggeggio. Ero sola, di nuovo. Ero triste, avrei voluto farla finita buttandomi dal terzo piano, ma forse non avevo voglia neanche di prendere l’ascensore. Era dentro il problema, l’anima. E adesso me ne accorgevo di come il tempo ti cambia, prova a darti possibilità ne cancella altre senza chiederti il permesso.
Me ne rendevo conto nel mio letto, quando non ricevevo più visite. Allora Marco mi dava un mano, mi alzavo per andare in bagno e nelle altre stanze vedevo fiumi di persone sorridere, congratularsi, medici col camice sudato. Mi sedevo nel water e chinavo il capo, sperando che fosse l’ultimo giorno. Invece niente. Marco non poteva più starmi appresso, doveva studiare, non ero la solita paziente e lui lo sapeva. Un giorno si mise a parlare di libri e non la smetteva più. Un giorno si mise a parlare di libri, e mi conquistò con il movimento di quelle parole. Mi strappò via quell’anima marcia e consumata che tenevo dentro con ostinazione, e cercò di addolcirla con le poesie che leggeva. Ogni notte finivamo tardi, e facevamo tutto di nascosto, a volte capitava che si nascondesse sotto il letto per evitare di essere scoperto. Quelli rimasero dei giorni memorabili, davvero. Mi bruciano gli occhi, eppure Marco non c’era più, anche lui come la vita se n’era andato dopo avermi reso felice.

Mancavano pochi giorni all’operazione, quella definitiva. Da me stessa non mi aspettavo più niente, stavo scontando la miseria di tutte quelle sigarette appese sulla cornice di un riscatto che non era mai avvenuto. Quante vittime si erano perse lungo quel piacere insoddisfacente, solo per avere un po’ di notorietà. Ero una di quelle. Ero un bluff, un poker di quattro facce vuote senza trucco né sorprese. Il telefono però, era un’ottima soluzione. Lo guardavo per ore, a volte giorni prima di girarmi dall’altra parte della stanza. Riflettevo, pensavo ai miei genitori che avevo abbandonato per una solitudine che ora sconta il prezzo sulla mia pelle. Erano giorni duri, giorni amari, la mia coscienza si nascondeva sotto le lenzuola.
Indecisa mi svegliai nella notte, non riuscivo a dormire, come se dovessi fare qualcosa per me, una volta per tutte. Presi quel telefono, composi il numero e aspettai mentre piangevo, singhiozzavo e volevo morire. Solo questo. Invece dalla cornetta uscì quella voce di madre che aspetta da tempo il ritorno di una figlia. La dolcezza dell’attesa ripagata, era una gioia infinita per me, per lei, per tutti.
“Pronto mamma, sono Elisa, vieni qui ti prego, vieni qui e abbracciamiâ€. E fu proprio così, lei venne di corsa con i capelli disfatti dalla notte, venne da sola. Quella notte sembrava fatta apposta per noi che non ci saremo guardati indietro mai per dimenticare tutto quel periodo di silenzio.
Il giorno dopo c’erano tutti di nuovo, ad augurarmi fortuna per l’operazione.
Mi sentivo diversa, giusto qualcosa, un attimo di diversità inconfondibile nel casino di questa vita folle, una vita che spesso restituisce possibilità.
Iniziavo a desiderare. A desiderare la vita senza considerarla un pretesto per fare cose che non avevo mai fatto. Era una rinascita, perché non puoi proprio abbandonare le tue radici, la tua famiglia è il tuo respiro, non puoi farne a meno, per te ci saranno sempre. Era il miglior miracolo.
Avevo una nuova luce dentro di me, e quando mi fecero l’anestesia spuntò un lungo sorriso come un bambino di fronte ad un prato.
E oggi, eccomi qui. Ho ricominciato ad amare, partendo da tutte quelle coincidenze che mi erano sfuggite come libri e pagine, occhi e sguardi, vento e pioggia, quadri e musica, onde e scogli, baci e carezze. Una parte di me tornava ad essere viva, quella stessa parte che aveva assistito al dualismo del tempo senza poter rimediare. Le svolte sono quelle azioni più vicine a noi, a me è bastata una telefonata, autoconvinta di salvarmi ho iniziato a desiderare. Anche se a volte, e questo l’ho capito guardando in faccia il destino, non basta. È la vita, puoi salvarti dentro e sperare che ti basti, oppure aspettare il tempo di vivere.
A distanza di anni ripenso a quei momenti che mi hanno insegnato tanto. Sono una donna nuova, mi piace l’attesa e non inseguo più falsi miti, perché si può cadere, rotolare in una notte e ferirsi, ritrovare la luce, rialzarsi e continuare a correre, camminare e sostare a contare i dettagli, fermarsi e fotografare contrasti di luce nel cielo. Perché se vuoi provare, devi andare fino in fondo, anche se potresti perdere tutto, anche con le peggiori probabilità di successo. Potrebbe significare non esistere. Perciò se vuoi provare, fallo fino in fondo. Non c’è battaglia migliore di questa.

Informazioni

Azioni


2 commenti to “Il tempo di vivere”

18 07 2010
Sunshine (11:43:37) :

Bravo amore :)
Ricordo il giorno che sono andata a prendere la pergamena..
vestita elegante :)

19 07 2010
agriantes (14:30:10) :

Ogni volta che leggo questo bellissimo racconto, non riesco a non piangere.

Lascia un commento

Vi ricordiamo che non sono ammessi insulti agli autori dell'articolo nè ad altre persone, culture o religioni.
Vi invitiamo inoltre a rispettare la Netiquette, e soprattutto a scrivere in italiano corretto e senza scrivere tutto in maiuscolo. A meno che non vogliate gridare. Grazie!

Puoi usare questi tags HTML : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <code> <em> <i> <strike> <strong>