Tool

22 07 2006

Tool - 10,000 DaysCon un imperdonabile ritardo arriva la recensione dell’ultima opera dei Tool. A cinque anni da Lateralus uno dei migliori gruppi in giro sul Pianeta torna a confonderci le idee con il suo sound inconfondibile. Per chi conoscesse i Tool basterebbe dire che è “solo” l’ennesimo tassello nel loro cammino, senza grosse rivoluzioni, con la carica emotiva di sempre e la perfezione tecnica che contraddistingue il quartetto. Questo non significa che il disco sia inutile. I Tool ci regalano l’ennesimo mistero da ascoltare ripetutamente, fino a capirlo, fino ad affogarci, fino a condividerne le emozioni.

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«Andrea Gessa»

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Se

15 07 2006

E ora abbiamo proprio toccato il fondo. È difficile trovare delle parole per descrivere la rabbia che i fatti riguardanti il caos scoppiato all’interno del calcio italiano hanno provocato in chi crede ancora nello sport sano. Non facciamo altro che ripetere che è necessario ritrovare le origini e, possibilmente, rifondare lo sport seguendo dei valori saldi e duraturi, ma le cose vanno sempre peggio. Quella delle ultime settimane è stata una botta tremenda. In Italia eravamo già abituati a scandali eclatanti, ma questa volta tutti i mali del calcio, strane telefonate, partite truccate, scommesse, doping e falsi in bilancio sono saltati fuori assieme scatenando un terremoto che, come un effetto domino, ha finito per coinvolgere dirigenti di società, arbitri, designatori, giornalisti e, persino, forze dell’ordine.

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«Anthony Masserey»

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Iraq,

15 07 2006

IraqNon passa giorno nel quale non accenda la tv e mi accorga del fatto che il telegiornale quasi sempre apre con la notizia di un’esplosione nel mercato di Karbala o di un attentato contro una pattuglia americana nelle strade di Baghdad. Sembra strano, ma notizie di questo genere stanno cadendo sempre di più nella banalità della vita quotidiana, quasi fosse normale che un uomo si leghi in vita una cintura di esplosivi e si faccia saltare in aria nel bel mezzo di una via trafficata o che un gruppo di soldati trasformi una famiglia, con la sola colpa di aver difeso la propria abitazione, in un ammasso di corpi mutilati.

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«Anthony Masserey»

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Lacuna

12 07 2006

karmacode_1.jpegEsce a quattro anni di distanza dal precedente “Comalies†il nuovo lavoro della band milanese dei Lacuna Coil, album che come è degno ricordare, ha inserito il gruppo nel ciclo musicale extra-nostrano, aprendolo in modo particolare al mercato statunitense. Un disco “Karmacode†che gode tra i fans, che speravano dopo tale lasso di tempo in un lavoro più rifinito e completo, di una cattiva reputazione tanto da essere definito elemento per collezionisti o ascoltatori occasionali del quale si poteva volentieri fare a meno.

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«Mario Franchi»

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Il

11 07 2006

codice_da_vinci.jpg19/05/06: data in cui è uscito l’attesissimo e altrettanto criticato film de: “IL CODICE DA VINCIâ€.
Film tratto dall’omonimo romanzo, ha suscitato migliaia di discussioni tra la Chiesa , l’autore, i critici e i lettori.
Ma per quale motivo la chiesa lo ha addirittura condannato?

Nei confronti della chiesa, l’autore mette in pericolo ciò che si è sempre creduto per duemila anni: la fede in Gesù Cristo.

Ovviamente questo è solo un film, ma dipende dal punto di vista di chi lo guarda e alcune scene possono essere totalmente fraintese.
Vediamo come protagonista l’incredibile Tom Hanks che interpreta Robert Langdon, un professore di simbologia di Harward, il quale viene accusato dell’omicidio del curatore del museo del Louvre Jaques Sauniere, omicidio commesso all’interno del museo stesso. In questo modo il professore si ritrova così, insieme a Sophie Neveu, criptologa e nipote del curatore, ad essere inseguito dalla polizia francese, con a capo l’ispettore Bezu Fache (Jean Reno), e dal monaco Silas, un assassino agli ordini del vescovo Aringarosa dell’Opus Dei.

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«Maria Luisa D'Alessandro»

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Alla

10 07 2006

Nata rotolando giù da un camion, fermatasi all’interno di una pantofola di pelo a forma di topo scambiata poi per sua madre. Paola Mastrocola non poteva trovare un modo migliore per far nascere la protagonista del suo ultimo libro Che animale sei?.

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«Emanuele Casu»

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L

10 07 2006

Sentir parlare di guerra non è mai piacevole. Sentir parlare di “missioni di pace†condotte con le armi sembra una presa per i fondelli. Le armi non sono strumento di pace bensì strumento di guerra. Certo possono altresì essere utili per garantire la sicurezza di un paese. In ogni paese ci sono individui militari o civili armati allo scopo di garantire il rispetto delle leggi.

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«Emanuele Casu»

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Iraq,

06 07 2006

Non passa giorno nel quale non accenda la tv e mi accorga del fatto che il telegiornale quasi sempre apre con la notizia di un’esplosione nel mercato di Karbala o di un attentato contro una pattuglia americana nelle strade di Baghdad. Sembra strano, ma notizie di questo genere stanno cadendo sempre di più nella banalità della vita quotidiana, quasi fosse normale che un uomo si leghi in vita una cintura di esplosivi e si faccia saltare in aria nel bel mezzo di una via trafficata o che un gruppo di soldati trasformi una famiglia, con la sola colpa di aver difeso la propria abitazione, in un ammasso di corpi mutilati. Scusate il linguaggio brutale, ma è questo ciò che avviene in Iraq. Può essere disgustoso e aberrante quanto volete, eppure, per quanto ci si può sforzare di essere i più realisti possibili, noi non siamo lì per vedere ciò che effettivamente accade. La gente crede di sapere, ma non sa, e si accorge del fatto che in questo preciso momento della nostra storia c’è una guerra solo quando un nostro soldato rientra in patria avvolto nel tricolore. È impressionante vedere come, ogni qual volta un militare italiano rimane ucciso in Iraq, l’attenzione generale si sposta per qualche giorno sulla figura dell’“eroe†caduto per la pace. Tutti restano quasi sbalorditi dal fatto che questo possa essere accaduto. Ma accidenti, è una guerra! Non lo sapete che la gente muore in guerra? Ora, io non voglio affatto mettere in dubbio la buona fede dei nostri soldati che possono essere, e senz’altro molti lo sono, brave persone, ma caspita non venite a dirmi che vanno tutti di là per portare la libertà e la democrazia. La verità è che sono piuttosto ben pagati dallo Stato per rischiare la vita ogni giorno, altrimenti, diciamolo, non si troverebbero lì. E adesso spostiamoci un po’ dall’altra parte. Perché le stesse manifestazioni di cordoglio non vengono fatte per ogni Iracheno ucciso? Ah si, ci sono. Forse perché siamo stati noi (si intenda “noi†come forze della coalizione) a ucciderlo. O forse perché sono troppi. Ma chi se ne frega… tanto la gente pensa che siano tutti terroristi. È terrorista un uomo che difende la propria casa, che combatte contro chi ha stuprato la figlia, che lotta contro chi ha deciso in maniera del tutto arbitraria di invadere il proprio Paese. Che colpa ne ha se fino ad ora ha vissuto sotto un regime, se è nato in un Paese sospettato di aver protetto i veri terroristi? Se può, perché non dovrebbe resistere a tutte queste ingiustizie? E con questo non difendo chi sequestra e sgozza altri innocenti. D’altra parte noi Italiani abbiamo vissuto più o meno la stessa situazione. Ma questa è la guerra e i prezzi da pagare sono da tutte le parti. Ci si può immedesimare nel civile iracheno senza colpa, ma anche nel soldato americano, magari ispanico o afro, che proviene dai sobborghi di una grande città e che è andato in Iraq perché non aveva altra soluzione. Mentre Bush e i suoi tirapiedi hanno rinunciato a trovare le armi di distruzione di massa, gli altri gerarchi hanno avuto la brillante idea coniare un nuovo termine per una guerra fondata sulla menzogna: “missione di paceâ€. Quanto vorrei che John Lennon o Martin Luter King fossero vivi per vedere come oggi si esporta la pace con le armi. L’ipocrisia non ha fine.

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«Anthony Masserey»

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Parola

06 07 2006

La Redazione di ControMano, da sempre attenta all’attualità, ha deciso di scrivere uno speciale su una tematica sempre più discussa, l’Iraq. Anche il recente attacco ad un convoglio italiano, avvenuto il 27 aprile, riporta sempre più sotto i riflettori i soldati italiani operanti nel territorio di Nassiriya, e ricorda alcune domande in merito alla guerra irachena e al motivo della presenza italiana in tale ambito. Abbiamo avuto la fortuna di intervistare un militare dell’Esercito Italiano, al momento di stanza in Iraq, che ha gentilmente risposto alle nostre curiosità. Dal momento che l’intervista si è rivelata ufficiosa, il soldato ha preferito mantenere l’anonimato; per comodità di lettura, le domande di ControMano sono precedute dalla sigla CM e le risposte del militare sono precedute dalla sigla S. Buona lettura.

CM - Qual è la sua qualifica all’interno dell’Esercito Italiano?

S - Sono un volontario in servizio permanente effettivo.

CM - Cosa l’ha spinto a scegliere questa carriera?

S - Passione per l’arma dell’esercito e la volontà di far qualcosa in più per il mio paese.

CM - Ha già svolto precedentemente missioni all’estero?

S - Sono già stato due volte in Iraq per brevi periodi e una volta in Albania presso il comando N.A.T.O.

CM - La sua partenza per l’Iraq è dovuta a spontanea volontà?

S - Mi è stato proposto di partire e non avevo particolari motivi per rinunciarvi. Una missione all’estero, oltre agli aspetti economici, è comunque un’ottima strada per un eventuale sviluppo in carriera.

CM - Qual è il suo ruolo nella missione?

S - Il mio compito è la gestione logistica/amministrativa a livello informatico dei materiali appartenenti all’amministrazione italiana presenti all’interno del teatro operativo iracheno.

CM - Qual era il primo motivo della presenza dell’Italia in Iraq? Quanti militari sono di stanza lì?

S - Per quanto ci è dato conoscere, l’Italia è presente in Iraq con il solo scopo di prestare aiuti alla popolazione piegata dalla guerra, di ricostruire le infrastrutture indispensabili per la normale vita della popolazione (scuole, strade, ecc..), di garantire la sicurezza sul territorio tramite i carabinieri, per prestare supporto logistico alle forze della coalizione. Per garantire la Nostra sicurezza non posso rilevare la quantità di militari italiani presenti in Iraq (secondo il sito ANSA il contingente italiano in Iraq conta 2600 componenti, ndr)

CM - La missione è stato definita “di pace”. Ritiene corretta la presenza dell’esercito, e in particolare le forze italiane, in tale ambito? Quali armamenti ha portato l’Italia in questa “missione di pace”?

S - L’Italia ha sempre partecipato alle missioni all’estero in concorso della pace. Noi non siamo un popolo che accetta la guerra (come tra l’altro sancito dalla costituzione) di conseguenza, alla luce di ciò che EFFETTIVAMENTE facciamo laggiù, posso definire che la missione è atta a garantire la pace, la stabilità internazionale e il ripristino alla anormalità di un paese che ha subìto (giusto o no non tocca a me deciderlo) una guerra. Ovviamente non posso dire che tipologia di armamenti abbiamo, per il segreto militare, ma posso garantire che le armi in nostro possesso occorrono SOLO a garantire la sicurezza nostra e di quella dei nostri connazionali civili impiegati in vari lavori. Personalmente ritengo che l’intervento italiano in Iraq non sia da condannare, seppur non indispensabile. Siamo andati per lavorare, portare pace e sicurezza rispettando profondamente il territorio, le persone e le tradizioni dell’Iraq!

CM - La missione è davvero percepita da voi come “pacifica”?

S - Noi tutti sappiamo benissimo che la missione è pacifica, ma ci rendiamo conto anche che gli estremisti sono contrari alla nostra presenza poiché possiamo dare forza a un popolo da sempre soppresso dai tiranni. È questo l’unico pericolo che effettivamente corriamo, la popolazione ci ama, gli estremisti meno.

CM - Qual è lo scopo della presenza italiana al momento in Iraq?

S - Oltre al fatto che (notizia non ancora ufficializzata) siamo in ripiego e tra poco lasceremo l’Iraq (non per mossa politica ma semplicemente perché abbiamo portato a termine gli obiettivi che c’erano stati predisposti) continuiamo a lavorare per gli stessi motivi che ci hanno portato lì il primo giorno.

CM - Si parla di un prossimo ritiro delle truppe. Le risulta?

S - Anche se in via non ufficiale, mi sento di poter confermare questa dichiarazione.

CM - Ritiene il recente cambio di governo in Iraq una svolta importante anche per voi militari? Cambierà qualcosa?

S - Sinceramente non sono in grado di rispondere a questa domanda, posso solo dire che mi fa personalmente piacere che il popolo dell’Iraq possa scegliere il proprio governo.

CM - Come è vista la vostra presenza in Iraq dai musulmani?

S - Molto bene, come già detto la popolazione è dalla nostra parte, fatta eccezione per alcune cellule estremiste.

CM - Quali contatti avete con gli arabi? Pensa sia possibile uno scambio culturale?

S - Ci sono alcuni arabi che lavorano con noi e presso di noi. Uno scambio culturale in realtà è già in atto, ognuno di noi torna a casa con qualcosa in più, il confronto con una popolazione tanto diversa da noi ci fa capire tante cose e aiuta a maturarci. Nel limite del possibile noi cerchiamo di trasmettere questo bagaglio culturale accumulato alle persone che ci circondano una volta tornati in patria.

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«Luigi Bevilacqua»

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Telefonini

06 07 2006

telefonini.jpgI cellulari ormai hanno raggiunto un grado di diffusione incredibile: le ultime statistiche di Federcomin e Niche Consulting riportano che il 79% di famiglie ne possiede almeno uno, il 46% due, il 17% addirittura tre terminali. Ma stanno anche perdendo la propria funzione primaria: essere dei telefoni portatili.

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«Luigi Bevilacqua»

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